vedo quel che non vedo

HANS HOLBEIN, il giovane: “GLI AMBASCIATORI”, 1533. The National Gallery, Londra

 

Mi chiamo Jean de Dinteville…

…O meglio, mi chiamavo.

Immagino che oggi, per molti di voi, io sia un perfetto sconosciuto. Ma la mia vita fu quella di un uomo noto, influente. E a quel tempo non era certo cosa da poco!

Nacqui in Francia nel 1504 e, come mio padre, ancora giovanissimo divenni funzionario alla corte di re Francesco I. Una cosa da poco? Non direi.

JEAN DE DINTEVILLE, 1504-1555

Fui presto inviato come ambasciatore in Inghilterra (scossa in quegli anni dallo scisma anglicano), paese che avrei amato molto e che, inaspettatamente, avrebbe consegnato il mio nome alla storia. Quella dell’arte. Ed anche questa non è cosa da poco!

Ero ambizioso, determinato, colto, di indole tenace e vigorosa. Vanesio? Si, probabilmente. Frequentavo la ricca società inglese del tempo: alti dignitari, aristocratici e in diverse occasioni fui ricevuto addirittura alla corte di Enrico VIII.

ENRICO VIII, re d’Inghilterra, ritratto da Holbein

 

L’arrivo di un caro amico

Nella primavera del 1533, un carissimo amico giunse a Londra per farmi visita, Georges de Selve. Francese anch’egli, vescovo di Lavaur e, in quel momento, ambasciatore a Venezia.

GEORGES DE SELVE, 1508-1541

Il nostro lungo e profondo legame d’amicizia, intellettualmente entusiasmante, andava suggellato in una maniera originale e inconsueta:

Con un grande ritratto. Non una cosa da poco, ovviamente!


Ritratto di HANS HOLBEIN, il giovane

Hans Holbein, pittore tedesco arrivato in terra inglese poco tempo prima, reputai fosse l’artista a cui affidare l’incarico. E la scelta si rivelò felice: io e Georges posammo poche ore di fronte al rapida matita di Holbein, intento a catturare verosimilmente i nostri volti per gli schizzi preparatori. Pochi mesi dopo, Hans mi consegnò il suo lavoro. Ciò che apparve ai miei occhi superava qualunque aspettativa: era un dipinto prodigioso, inconsueto, modernissimo. Fui colto da profonda meraviglia.

Tecnica impareggiabile e nitidezza di osservazione. Fertile immaginazione. Un’intelligenza creativa che andava ben oltre il realismo, il visibile. Holbein possedeva tutto questo. L’opera che realizzò non era un banale ritratto celebrativo: era un viaggio nell’attualità del mio tempo e soprattutto una geniale, acuta allegoria sulla fugace esistenza dell’uomo.

 

Un quadro su ciò che non si vede

Io e Georges siamo ritratti ai lati del grande dipinto. I nostri abiti, descritti con una precisione strabiliante, già da soli delineano efficacemente il nostro rango sociale e i tratti delle nostre differenti personalità. Al centro, ricolmo di oggetti, un tavolo sul cui ripiano superiore viene simbolicamente illustrato il mondo celeste, in basso il mondo terrestre. Gli strumenti astronomici e di misurazione del tempo, evocano l’instancabile interrogarsi dell’uomo sull’Universo, sull’ignoto. Su Dio.

Dettaglio degli strumenti astronomici.

Dettaglio del Globo Celeste

Dettaglio del quadrante poliedrico

Il globo terrestre e il liuto, in basso, fanno invece riferimento all’attualità di quel periodo storico: le scoperte geografiche ad esempio. Mentre il liuto, con una corda saltata, evoca la discordia all’interno della Chiesa in quegl’anni, innescata dalla riforma protestante. Cosa sottolineata dalla presenza, lì accanto, di un libretto aperto, sul quale sono riportate fedelmente le note di un inno di Martin Lutero.

Sul libretto aperto è leggibile un inno di Martin Lutero

Il pavimento, prodigio prospettico, si ispira chiaramente al diagramma illustrato sulla pavimentazione dell’Abbazia di Westminster, cuore della nuova Chiesa riformata anglicana. Il suo disegno geometrico rappresenta simbolicamente il macrocosmo.

Una presenza invisibile

Nella parte inferiore del dipinto appare una grande “macchia” misteriosa, bizzarra, apparentemente priva di significato.

In realtà si tratta di un’anamorfosi, un’illusione ottica: Holbein rappresentò un teschio visibile solamente osservando il dipinto da un certa angolazione. E’ la morte.

L’anamorfosi congeniata da Holbein, permette di vedere la figura del teschio soltanto da una certa angolazione.

La morte (il teschio) non è visibile quando si osservano gli altri elementi del dipinto (la vita), e viceversa. Ma la sua presenza domina, tacitamente, su ogni cosa. La fugacità dell’esistenza umana illustrata da un genio. Alla fragilità e alla caducità della vita dell’uomo fa riferimento un altro elemento nascosto, anch’esso visibile soltanto ad un attento osservatore: un crocifisso che spunta appena dietro il tendone verde sul fondo.

Un dipinto dunque incredibilmente concepito. Un quadro su ciò che non è visibile piuttosto su ciò che lo è.

Un’opera dai numerevoli macabri riferimenti che, come paradosso, vuole invece esaltare la vita, le scoperte, e l’inesauribile sete di conoscenza e di progresso dell’uomo.

Dettaglio del pugnale di Jean de Dinteville

Ed è anche, infine, una formidabile macchina del tempo che ha catapultato il mio nome, Jean de Dinteville, attraverso i secoli. E, permettetemi, questa non è una cosa da poco!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Francesco D'Agosto Written by:

2 Comments

  1. alex
    6 ottobre 2017
    Reply

    fantastico!

  2. Sandro
    8 ottobre 2017
    Reply

    Molto interessante, più si scrive e più il testo diventa scorrevole.
    Complimenti

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